Middle East Now Festival, il Medio Oriente a Firenze

Middle East Now, alla sua dodicesima edizione, ha proiettato, nelle sei serate, 42 film dal Medio Oriente, tra anteprime italiane, europee e mondiali. Questo festival ha una struttura costruita con grande impegno dai direttori artistici Lisa Chiari e Roberto Ruta, che mette in relazione ed a confronto la vita e la storia di popoli alla ribalta della cronaca (in questa edizione soprattutto Iran, Afghanistan e Palestina), con il cinema prodotto in loco.

Per saperne di più sull’Iran

Due film sull’Iran ci presentano quel paese da due diversi punti di vista. La regista iraniana Firouzeh Khosrovani, in Radiograph of a family, (Iran, Norvegia, Svizzera, 2020) ricostruisce la sua vita familiare, con, sullo sfondo, i cambiamenti politico-sociali che la Rivoluzione islamica ha prodotto in Iran ed insieme i cambiamenti della società iraniana negli ultimi quarant’anni, a cominciare dal regno dello Scià. Afsaneh Salari, in The Silhouettes (Iran, Philippines, 2020), fa invece una narrazione intima delle vicende di una famiglia di Afghani rifugiati in Iran da oltre 35 anni, a seguito  della guerra civile afgana per l’invasione russa del 1982. Ed è da questo confronto che si capisce come, per sopravvivere al dolore del distacco forzato dalla patria, questi Afgani filtrano i cambiamenti profondi dell’Iran isolandosi dal mondo esterno con le loro relazioni familiari, i matrimoni, le nascite e le  feste tradizionali celebrate tutti insieme.
Con “Il punto delle 19 e 30”, un talk quotidiano dove esperti commentatori fanno al pubblico un quadro delle vicende attuali dei paesi del Medio Oriente, ciò avviene per l’Iran attraverso le parole di Luciana Borsatti, per tre decenni giornalista ANSA, che presenta il suo libro, L’Iran al tempo di Biden. È ben noto che il presidente Trump ha vessato in ogni modo il popolo iraniano. Con l’avvento di Biden le aspettative della popolazione erano alte. Ma Luciana ci dice che Biden non ha rimosso le sanzioni, ingenerando una situazione che comporta maggiori rischi che l’Iran si doti di ordigni nucleari. E creando sicuramente disaffezione dei giovani verso l’America.

Controinformazione sull’Afghanistan

Una buona parte del Festival si è focalizzata sull’Afghanistan, dato che il recente ritiro delle truppe americane, dopo venti anni di guerra, ha lasciato il paese nelle mani dei Talebani. Con un panel di 5 esperti, due dei quali registi afgani di film proiettati al Festival, si è svolta una tavola rotonda dal titolo ”Afghanistan, dalla Repubblica all’Emirato dei talebani: quale futuro per il suo cinema e la sua cultura?”
Aboozar Amini, presente a questo festival con il collega Ilyas Yourish, afferma che il Cinema per loro non è un hobby, ma un messaggio di controinformazione, cui si sentono obbligati in particolare come appartenenti alla minoranza azera, che subisce da molto tempo discriminazioni all’interno del paese. Dopo che gli Americani hanno lasciato il paese, la narrazione che si fa dell’Afganistan, con film stranieri e quotidianamente sui giornali di tutto il mondo, insiste unicamente sui pericoli che il governo talebano rappresenta, senza interessarsi della vita quotidiana che continua a svolgersi nella loro terra.
Riuscire a farsi finanziare un film afgano è molto difficile, oggi più che mai. Per presentare scene di vita quotidiana il Festival ripropone quest’anno un film del 2018, Kabul city in the wind, e un altro piccolo gioiello, Angelus novus, entrambi di Aboozar. Quest’ultimo corto risale al 2015 e affronta problemi di sussistenza di una famiglia di Afgani emigrati in Turchia. La Kabul nel vento descritta da Aboozar  è bianca di polvere, ossessivamente ripiegata sul ricordo della guerra civile al quale gli adulti vogliono educare i bambini. Dei due fratelli protagonisti il maggiore, in assenza di adulti, si prende la responsabilità del più piccolo. Quest’ultimo, Benjamin, soli 6 anni, riesce a conservare la vitalità di giocare fra le tombe come in un divertente percorso a ostacoli. Un altro protagonista, un guidatore di Autobus “filosofo” rimasto senza autobus per essersi indebitato nell’acquisto malgrado la miseria, oscilla fra la malinconia dei lavoretti saltuari, le inopportune richieste di aiuto alla moglie che lavora senza tregua per racimolare l’unico input familiare, l’evasione nella droga per quel poco che può permettersi, ma riesce a sorprendere per dei guizzi di allegria nel gioco con i suoi figli. Questo documentario è un racconto mai banale, spontaneo, con piccoli dettagli inaspettati, che il regista è riuscito a cogliere con grande perizia.

Recente e ancora da terminare un altro prodotto afgano, il docu Kamay, (Afghanistan, 2021) codiretto da Ilyas Yourish, tratta un fatto realmente accaduto, il suicidio di una studentessa dell’Università di Kabul, originaria delle montagne dell’Afghanistan centrale, e delle domande inascoltate della famiglia per conoscere la dinamica dell’accaduto.
Molto sperimentale, il film del giovane e talentuoso afgano Dawood Hilmandi, A jorney into zero space (Afghanistan, Olanda, 2017, 64′), indaga e rivive archivi del passato riflettendo su di essi e sull’attualità. È una finzione autobiografica in tre parti che intende mettere in discussione le nozioni di autorità, storia, immaginazione e casa.
Durante la tavola rotonda è emerso il ruolo degli Inglesi nel creare inimicizia fra i diversi nuclei che costituivano l’Afganistan, quando lo conquistarono. Da allora gli Afghani si sono sempre combattuti tra loro. Pensando alla forza che Israele trae dalla compattezza con cui ha preteso di avere una terra in cui aveva abitato solo un’esigua parte degli ebrei, che in maggioranza erano gruppi sparpagliati nel mondo, ci si augura che proprio il Cinema afgano racconti dei nuclei primitivi che hanno popolato l’Afghanistan, alla ricerca di una unità su cui ricostruire una causa comune per cui lottare, liberandosi dallo straniero.

Sulla Palestina e il muro

Ecco infine i film che parlano della Palestina, e in particolare del muro eretto fra Cisgiordania e Israele. Un’accoglienza trionfale per Il lungometraggio 200 meters (Palestina, Giordania, Qatar, Italia, Svezia, 2020) di Ameen Nayfeh, che ha vinto il premio del pubblico del Festival. Nel film i protagonisti Mustafa e sua moglie Salwa vivono in due paesi distanti solo duecento metri, ma separati dal muro, che ingenera complicazioni inaudite nella vita quotidiana della loro famiglia. È un’opera prima, autobiografica, del regista palestinese, curata con l’amore che si riserva alle cose importanti della vita, che descrive l’ingiustizia perversa di altri uomini, gli Israeliani, che vivono sulla stessa terra dei Palestinesi, ma si considerano padroni di essa. Infatti, pur essendo un film-denuncia, può circolare in Israele senza che la descrizione dei soprusi inflitti ai Palestinesi desti il minimo imbarazzo negli Israeliani oppressori.

Sullo stesso argomento un corto, The present, di Farah Nabulsi, (Palestina, 2019), ha ottenuto il premio dello staff, con la seguente motivazione “Il corto, partendo da un’azione apparentemente banale e attraverso una dinamica semplice legata alla vita di tutti i giorni, mette in evidenza l’ingiustizia sistemica della situazione e, insieme, l’ingenuità e il coraggio della bambina che rappresenta la determinazione, la resistenza e la speranza nel futuro”.

Notizia dell’ultima ora

È con estremo piacere che posso comunicare che sia Radiograph of a family, sia 200 Meters usciranno nelle sale. Con una visibilità di gran lunga superiore a quella di un Festival, anche di uno molto frequentato come questo.

 

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